Il giorno in cui arrivò quella richiesta sembrò a tutti una sfida di quelle subdole e ambigue, che solleticano i desideri di mettere in pratica anni di esperienze e nello stesso tempo mostrano da subito difficoltà in numero elevato e di difficile soluzione. Non so cosa ci abbia spinto ad accettarla.
Forse quella dose di entusiasmo che ancora scorre nelle nostre vene, forse l'incosciente sicurezza che in fin dei conti non c'era nulla da perdere a provarci e la soddisfazione di riuscirci sarebbe enorme.
Com'è come non è, sta di fatto che il nostro affiliato più incline al ragionamento applicato alla subacquea (al secolo Mauro) decide di dedicarsi anima e corpo alla soluzione del busillis ed è proprio grazie a lui che alla fine il successo è stato garantito.
Vi descriverò adesso il problema da affrontare: Si trattava del tentativo di recupero di un'imbarcazione di notevoli dimensioni affondata sulla costa veronese l'estate scorsa che si trovava a 130 metri di profondità, su fondo fangoso.
Questa era stata individuata grazie alle ricerche di un ROV, ovvero un piccolo robot subacqueo dotato di telecamera, di proprietà di un noto produttore e documentarista della zona, che era anche colui che ci proponeva il recupero. Lui avrebbe messo a disposizione il ROV e l'imbarcazione da cui manovrarlo mentre noi sarebbe toccata la parte organizzativa e soprattutto la non facile soluzione su come e dove agganciare il relitto e su come poi portarlo in superficie senza dover impiegare mezzi così costosi da rendere troppo dispendioso il tutto.
Mauro inizia subito ad analizzare filmati e documentazione tecnica sulla posizione del relitto, sulla possibilità di avvicinarsi ai punti di appiglio più sicuri, sulla tecnica da seguire per riuscire ad infilare un gancio sufficientemente saldo ad un punto altrettanto saldo. Il tutto manovrando dalla superficie un robot con una telecamera sul davanti ed un braccio metallico in grado di fare in tutto un paio di movimenti: aprire e chiudere le sue ganasce.
Fortunatamente lo scafo è adagiato su un fianco e risultano accessibili sia gli assi delle eliche che i due motori con relativi ganci di collegamento allo scafo.
Trattandosi di un imbarcazione in legno di più di quaranta quintali di stazza è molto importante scegliere con cura i punti da cui poi si tirerà verso l'alto per evitare di ritrovarsi in mano al massimo un motore.
Le prime uscite sono dedicate allo studio approfondito di come avvicinare lo scafo e di come il ROV potrà manovrare al suo interno per piazzare i ganci nei punti giusti. I problemi iniziano ad evidenziarsi e si fanno piuttosto preoccupanti.
Non bisogna dimenticare che si sta operando con attrezzature piuttosto costose ed ogni mossa avventata potrebbe risultare piuttosto dispendiosa. |
Oltre a trovare il modo ed i meccanismi di aggancio adatti occorre evitare che le funi che il ROV si tira dietro per consentire il recupero vadano ad attorcigliarsi pericolosamente al relitto.
Non c'è che provare e riprovare, correggendo di volta in volta il tiro, calibrando ogni più piccolo movimento del braccio meccanico, riformulando in base alle circostanze i piani e le procedure di manovra.
Qualche imprevisto rende agitati i sonni di Mauro. Dopo un paio di settimane di lavoro uno dei ganci è al posto giusto mentre la corrente sul fondo ha coperto gli assi dell'elica.
L'altro gancio necessario va ad infilarsi in una posizione troppo rischiosa, piegato e con un cordino attorcigliato.
Le operazioni durano intere giornate e ricordano ad alcuni i tentativi della NASA di far muovere il famoso Mars Pathfinder sulla superficie del pianeta rosso.
Ed in effetti le manovre tentate sono molte e millimetriche ma dopo qualche fine settimana dedicato a questa operazione chirurgica si può finalmente confermare che lo scafo è vincolato nei punti giusti e che le corde necessarie al recupero arrivano fino in superficie.
Da qui in avanti il lavoro è molto più semplice, ma solo perché la grande esperienza che abbiamo accumulato negli anni ci consente di usare tecniche di recupero con i palloni aerodinamici facendo scendere i sommozzatori a profondità non pericolose e sempre in curva di sicurezza, ovvero evitando decompressioni.
Ora che si tira verso l'alto si scoprirà se tutto il lavoro svolto sul fondo ha funzionato e se tutte le teorie messe in pratica fossero corrette.
I dubbi, si sa, difficilmente abbandonano le menti che non siano sprovvedute.
Ma grazie al cielo tutto procede per il meglio. Lo scafo viene portato a pochi metri di profondità e qui lasciato per la notte dato che l'ora è tarda per portarlo ad una gru.
Cosa che però avviene il giorno successivo quando ciascuno si prende la propria fetta di merito per aver compiuto un recupero che non ha eguali sul lago di Garda.
Naturalmente la fetta di soddisfazione maggiore va al nostro Mauro che ha messo in questa impresa tutta la sua esperienza e la sua voglia di arrivare ogni volta un poco più in la della precedente perché non si dica mai che il traguardo finale è già raggiunto ma che ce ne è sempre uno di la dell'orizzonte.
Questo è lo spirito che spinge noi e tutti i Volontari ad affrontare anche i compiti più umili se sono utili, certi che il lavoro che facciamo migliorerà noi ed il mondo in cui viviamo. |