Nucleo sommozzatori Recupero RIVA AQUARAMA - giugno 2007
   

Un Riva disperso in mare.

Le nuove attrezzature dei sommozzatori varcano i confini del lago…..

Ebbene si. Anche le profondità marine non sono più un ostacolo per i sommozzatori del GVG.
C’è un Riva Acquarama da recuperare: niente di preoccupante. Bisogna anche cercarlo: non c’è problema. Si trova nelle acque di Portovenere, in Liguria:….. beh, qui qualche problemino si pone, ma che diamine! Siamo o non siamo i migliori sulla piazza?

Ecco come funzionerà la cosa.
Dapprima ci serve la nostra attrezzatura migliore. Il sonar e relativo cavo sono trasportabili. Basta smontarli dalla Volga 2026 e caricarli sulla Volga 3. Per tutto il resto dell’occorrenza niente di nuovo sotto il sole. Abbiamo recuperato tanti di quei Riva che anche bendati e con le bombole caricate a lambrusco sapremmo fare il lavoro in meno di mezz’ora.

Sul posto però serviva una barca d’appoggio, meglio se una barca da lavoro.

Detto fatto. Assoldiamo un equipaggio locale. Due marinai che definire singolari è usare un delicato eufemismo.

Per rispettarne la privacy li chiameremo Comandante ed il suo Vice.
Credo che nelle tre giornate in cui siamo stati a loro diretto contatto sulla barca si siano scambiati almeno una trentina di insulti all’ora, e per non sottostimare metterò nel conto tutte e ventiquattro le ore che formano il santo giorno.

Non c’era manovra, operazione o decisione da prendere che non prevedesse una nutrita salva di improperi, imprecazioni e Santi di ogni razza. Anche una semplice calata d’ancora dava l’occasione perché i due si mandassero reciprocamente a fare cose che i racconti biblici su Sodoma e Gomorra neanche lontanamente ipotizzavano possibili.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che la ricerca, da semplice come si era prospettata, era diventata improvvisamente complicata per via del fatto che occorreva interpretare fotografie del momento dell’affondamento per ricostruire la posizione del relitto, unitamente ad una decina di testimonianze che si contraddicevano l’una con l’altra.

Noi dal canto nostro le idee chiare su dove cercare le avevamo sin da subito, ma putroppo eravamo in trasferta e non potevamo imporre senza tanti complimenti il nostro pensiero.

Così abbiamo perso un po’ di tempo a dar retta a questa o quella teoria sulla ricostruzione del punto tramite allineamenti fantasiosi di scogli e case sulla riva, di “siamo troppo vicini a questo” o “siamo troppo distanti da quello”, con ipotesi sempre più ardite che in certi momenti sembravano considerare anche la deriva dei continenti, introdotta nella sua versione moderna nel 1910 da Alfred Lothar Wegener.

Anche l’imbarcazione che ci avevano messo a disposizione non brillava certo per cura e perfetta manutenzione. Ogni attrezzatura di bordo aveva addosso perlomeno la metà del proprio peso in ruggine o strati di vernice. La coperta era un’ambientino a metà tra la grotta di Polifemo e l’autorimessa di Norman Bates in Psyco.
L’ancora si calava a martellate. Un colpetto di mazzetta e l’ancora calava, due colpetti e salpava.

Sul ponte centinaia di attrezzi, ceste, cime e cordame di varia natura accatastati secondo un ordine di certo presente nella mente dei due dell’equipaggio, ma altrettanto sicuramente oscuro financo al più spregiudicato dei cattedratici di matematica applicata della Sorbona di Parigi.

La strumentazione di bordo, a dispetto di tutto quanto sin qui detto, era tutto sommato efficiente. C’era perfino il pilota automatico, che consentiva al Capitano di impostare una rotta e di passare il resto della navigazione a chiacchierare amabilmente con qualcuno dei nostri o, naturalmente, a santiare con il suo vice per questioni di qualsiasi natura.

Ovviamente se nel frattempo la nostra rotta avesse incrociato quella di qualsiasi altro natante solo quello dei due che avesse avuto maggiore stazza avrebbe fatto ritorno in porto.

Finalmente, quando le speranze di ritrovare il relitto (ed anche quelle che i due non si accoltellassero senza tanti complimenti) erano ridotte al lumicino, abbiamo preso il toro per corna ed abbiamo imposto le nostre coordinate.

Nel giro di qualche calata il sonar ci restituì finalmente un obiettivo decente ed i due sub mandati a verificare tornarono a galla con l’asta della bandiera del Riva.

Anche il recupero non è stato dei più semplici, osteggiato la prima volta dai capricci di uno scirocco troppo impetuoso o la seconda volta dalla difficoltà dei due di ritrovare il punto esatto della scoperta.

Scene di disperazione, altri improperi, scoramento generale e poi, finalmente, di nuovo il luogo esatto e, a questo punto, il recupero immediato senza tante storie.

Anche questo Acquarama torna a casa, anche le salate acque marine che tanto impunemente hanno osato sfidarci sono state sconfitte.

Non so se rivedremo mai il Comandante ed il su Vice, o se leggeremo in qualche articolo di cronaca nera del Secolo XIX che le loro liti verbali si sono trasformate in fatto di sangue. Di certo conserveremo un buon ricordo di tutta la vicenda, anche se ha avuto momenti difficili, dato che almeno si è conclusa con un buon successo.

Una lezione l’abbiamo imparata però: se vogliamo ottenere risultati non dobbiamo dar retta che a noi stessi ed alla nostra esperienza che per fortuna non ci fa difetto. La prossima volta ce ne ricorderemo…

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