Nucleo sommozzatori

volontari del garda
volontari del garda
La zona dell’affondamento era certa, ma le coordinate fornite circa l’esatto punto mica tanto.

Con questi presupposti ci siamo imbarcati in questa nuova sfida che consisteva nello scovare ed ancor più nel recuperare alla superficie una piccola barca a motore, noleggiata qualche settimana prima ad un gruppo di vacanzieri olandesi i quali, essendo al largo della punta di S. Vigilio con un Peler di quelli giusti non hanno trovato di meglio che lasciare montato il tendalino della barca la quale, in balìa di raffiche e onde, non ha compiuto il suo dovere principale ed essenziale, ovvero quello di tenere a galla gli occupanti.

Imbarca acqua a dritta, imbarca acqua a mancina, il povero naviglio ha iniziato ad affondare dando tempo agli occupanti di essere tratti in salvo e lasciandosi alle spalle vento, onde e sole d’agosto, per irtrovarsi in breve tempo su un fondale buio e fangoso.
recupero da record
Il primo giorno di ricerca si parte di buon’ora con la oramai leggendaria Volga 2026. Coordinate alla mano effettuiamo alcune calate del sonar, tanto per capire di che pasta sia fatto il fondale e vedere se per caso il punto fornitoci sia attendibile.

Così non è. Sui fondali della zona indicata di barche, natanti o pedalò nemmeno l’ombra.

Il fondale non lascia adito a troppe interpretazioni: una parete di roccia piuttosto ripida sprofonda fino a -180 metri, dove inizia a spianare in una vallata di fango a gobbe e buche.

Se la barca non è nel punto previsto non ci resta che percorre il fondo di questo strapiombo e prima o poi la scoveremo.

Finalmente, dopo diverse ore di tentativi e dopo aver scandagliato diversi chilometri quadri di fondale, una sagoma inconfondibile si staglia sul monitor del sonar di profondità.

Questo strumento, di cui è equipaggiata la Volga 2026, è un congegno eccezionale: niente a che vedere col passato.

Solo dieci anni fa questo tipo di ricerche potevano essere fatte solo a costi esorbitanti, accessibili alle ditte di lavori oceanici o, naturalmente, ai corpi militari.

Non risultando all’anagrafe della Associazioni né in una e né nell’altra categoria, abbiamo duvuto attendere che i costi di questi marchingegni diminuissero fino a renderli abbordabili (sempre facendo debiti da dissennati, quali evidentemente siamo).
A questo punto il ROV, ovvero la telecamera filoguidata dalla superficie si immerge fino a 180 metri e rimanda sullo schermo le prime immagini della barca, appoggiata in perfetto assetto di navigazione con il suo bel tendalino ancora montato.

Una prima occhita ci rivela che l’unico appiglio utile per tirarla in superficie è l’occhiello di prora: un anello di un paio di centimetri messo sotto la prua.

Lo scopo della giornata è raggiunto, ora si può pensare a come organizzare il recupero.

Ovviamente, quando si tratta di pensare, nessuno batte in efficienza il nostro Capitano Mauro.

Avendo ripudiato da parecchi anni ogni attività che richieda uno sforzo fisico, è riuscito a sviluppare una sorprendente capacità di applicare il ragionamento ai vari marchingegni che gli consentano di ottimizzare qualsivoglia fatica.

Un po’ come i non vedenti sviluppano tutti gli altri sensi, i non faticanti sviluppano il ragionamento.

Non gli ci volle molto per studiare un gancio che, applicato alla pinza del ROV, potesse legare il nostro relitto ad una cima fino in superficie.

Ovviamente, se perfino Archimede procedeva per tentativi via via sempre più perfezionati, così ha fatto Mauro, giungendo dopo un paio di aggiustamenti al Gancio Perfetto.

Una sintesi di design avvenieristico ed efficacia che, unito ad una speciale tecnica di manovra e ad alcuni accorgimenti, ci ha consentito di fissare saldamente il relitto ad un segnale in superficie.Ora non posso dilungarmi in dettagli, tra l’altro protetti da costosi copyright internazionali, ma il sistema utilizzato per questa difficile operazione è stato davvero un gioiello di ideazione.

La sorte però non ha voluto darci soddisfazione alla prima velleità di recupero. La barca infatti, sollevata dai palloni fino ad una quota di -136m. è stata trainata fino ad un fondale di altrettanta misura per poi risollevarla a tappe. Purtroppo quando oramai era a meno di 60m. dal traguardo la cima che la recuperava si è spezzata, riportando il tutto sul fondo.

Un poco di delusione c’è stata, lo ammetto, ma oramai molto del lavoro più difficile era fatto ed un nuovo tentativo aveva molte possibilità di riuscita.

Finalmente, una calda domenica di metà Settembre, partiamo per l’ultima volta verso le nuove coordinate. Il lago è calmo, l’equipaggio carico ed il Capitano rilassato.
L’ispezione visiva del ROV sul fondo ci conferma che il gancio predisposto è ancora in posizione. Si può procedere a rimetterlo in sicurezza ed a finire ciò che avevamo cominciato.
Scendono per primi Lilio e Valerio (più di un secolo in due) e fanno tutte le tappe che servono per portare fin sotto il pelo dell’acqua il relitto.
Poi tocca a Pier e Marco che legano i palloni di sollevamento fino a far emergere il guscio sopra la linea di galleggiamento. Una buona motopompa è tutto ciò che serve adesso per svuotare lo scafo e riportarlo a galleggiare, pulito come appena lavato e per nulla scosso dalla forzata permanenza negli inferi liquidi del fondale gardesano.

Il traino fino al cantiere di partenza è il degno corollario all’operazione che ha visto un’altra volta volare i tappi dello champagne di festeggiamento che ormai segue per tradizione ogni nostro successo.

Per farvi rendere conto della portata di questa operazione ho schematizzato nel disegno a finaco le esatte proporzioni della Volga 2026 in superficie e del relitto a -180 metri. A questo si aggiunga che sul fondo bisognava centrare un anellino dentro il quale non passerebbe una pallina da golf tramite un mezzo teleguidato che si portava appresso il proprio cavo ombelicale… Un giochetto da perderci il sonno.

Eppure abbiamo dimostrato (senza falsia modestia) di essere in grado di fare anche questo. E non è che l’inizio.
Alla prossima sfida, alla prossima bottiglia di champagne!